Cuno Amiet: il cielo sopra gli uomini

L’artista Cuno Amiet (1868 – 1961) è senza alcun dubbio uno degli artisti più noti di Svizzera, ma anche uno dei più sconosciuti in territorio italiano. La sua opera si pone certamente in scia a quella di Ferdinand Hodler, ma attraversa, più nello specifico, il periodo successivo all’impressionismo.
La carriera artistica di Amiet inizia subito: già all’età di 15 anni realizza il suo primo autoritratto. A Monaco di Baviera frequenta l’Accademia di Belle Arti (1886-88), mentre a Parigi (1888-92) si iscrive all’Accademia Julian. Nel 1887, quando ancora frequenta l’Accademia di Monaco, conosce l’artista Giovanni Giacometti (padre del più noto Alberto), con il quale stringe una forte amicizia. Interessante è il rapporto che lega i due artisti, la cui intensità è ben riassunta dalla citazione che segue.
Ce ne andavamo in giro per le campagne e, quando incominciava a far freddo, il mio amico mi accoglieva sotto la sua ampia mantella italiana. Avevamo molti amici, ma noi due eravamo inseparabili.
Cuno Amiet a proposito di Giovanni Giacometti, 1933

Nel 1892 supera una crisi interiore soggiornando per un anno a Pont-Aven, dove ha occasione di conoscere Gauguin e Van Gogh. E’ a seguito del contatto con questa nuova concezione artistica che pone le basi della sua ricerca coloristica, che però non riscontra immediato successo. Più tardi riceverà particolare interesse dal gruppo espressionista Die Brücke, al quale finirà per aderire per un periodo compreso tra il 1906 e il 1913. I temi principali che realizza sono cinque: il giardino, le nature morte, la raccolta della frutta, il paesaggio invernale e l’autoritratto. Dal 1908 il villaggio di Oschwand, dove si era stabilito nel 1898, diverrà un centro di creazione e di villeggiatura artistica. Occorre poi segnalare come l’opera di Cuno Amiet subisca l’influenza di Emile Bernard, da cui eredita l’uso del colore e delle forme dei soggetti-oggetti ritratti.
INTREPRETAZIONE (una possibile chiave di lettura)
L’arte di Cuno Amiet sembra come ricondurci, quasi come fossimo guidati dall’artista stesso, verso la direzione opposta a quella che siamo tutti soliti percorrere. Mentre gli occhi del mondo sono sempre più spesso concentrati – come è giusto che sia – verso ciò che è nuovo, Amiet ci invita a percorrere la pensilina della stazione della nostra memoria al contrario, e a saltare sul primo treno su cui sia indicata la destinazione desiderata: l’infanzia. Le sue opere sono immagini colme di colori, che non possono fare altro che ricordare un tempo che evidentemente non c’è più. Lo stile con il quale i soggetti sono raffigurati, quasi dissolti nello spazio, finisce per suscitare un senso di “visione”, intesa come sogno o ricordo. Non manca la malinconia, resa ancora più chiara dal colore acceso di cui Amiet fa uso.
Forse, però, è del presente che l’artista è innamorato. Forse, ma quello che la sua opera, in ultima istanza, è in grado di comunicare, è il cielo sopra gli uomini.










